Perché il governo deve prendere sul serio il rischio deflazione

Non si verificava dal 1966. Era da quasi cinquant’anni che il tasso dei prezzi al consumo italiano non fosse sopravanzato da quello tedesco. Quindi, il sorpasso che c’è stato nel corso del 2013 tra l’inflazione made in Italy e quella di Berlino è, già di per sé, un fatto eccezionale che certifica anche lui l’eccezionalità della situazione che continua a caratterizzare la condizione economica italiana. di Edoardo Narduzzi
12 AGO 20
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Non si verificava dal 1966. Era da quasi cinquant’anni che il tasso dei prezzi al consumo italiano non fosse sopravanzato da quello tedesco. Quindi, il sorpasso che c’è stato nel corso del 2013 tra l’inflazione made in Italy e quella di Berlino è, già di per sé, un fatto eccezionale che certifica anche lui l’eccezionalità della situazione che continua a caratterizzare la condizione economica italiana. E non si tratta di un sorpasso al rallentatore o da moviola. Tutt’altro, perché la deflazione italiana ha ingranato la sesta marcia e adesso sfreccia rapida nell’autostrada dell’Eurozona. Nel 2012, infatti, secondo Eurostat il tasso di crescita medio annuo dei prezzi era stato del 3,3 per cento in Italia e del 2,1 per cento in Germania, ma lo scorso anno gli stessi valori sono diametralmente cambiati: più 0,7 per cento a Roma e più 1,6 per cento a Berlino. La gelata della deflazione in Italia è stata da capogiro, pari a 260 punti base in un solo anno. Più dello spread, è il segno più evidente che la domanda interna è crollata e che il supereuro a premio sulle altre principali valute impedisce di importare inflazione di qualsiasi sorta.
Così, quasi in sordina, nell’Eurozona del 2013 è nato il club dei paesi della deflazione nel quale si ritrovano tutte le economie non tripla A e tutte quelle con un andamento dei prezzi al consumo abbondantemente sotto l’1 per cento annuo. Italia (0,66), Spagna (0,23), Francia (0,68), Irlanda (0,3) e le due economie in deflazione certificata Portogallo (meno 0,15) e Grecia (meno 2,8), tutti stati membri dei mercati con i prezzi di fatto congelati chiamati a fare da contraltare al nocciolo forte dell’euro che viaggia, invece, con un’inflazione media più che doppia. Germania (1,34), Finlandia (1,37), Austria (1,4) e Olanda (1,7) incarnano, invece, il club delle economie floride, quelle capaci di beneficiare in pieno della politica monetaria espansiva della Banca centrale europea di Draghi che gli regala tassi reali prossimi allo zero, e dell’euro sopravvalutato. Fotografia nitida della contrapposizione tra sistemi economici e modelli produttivi diversi, costretti a convivere nell’Eurozona ma collocati su cicli molto dissimili.
Possibile che la politica italiana non si sia resa conto del significato strutturale prodotto dall’inversione nei tassi di inflazione sul costo reale dei titoli di stato e sulla sostenibilità stessa del debito pubblico? Perché ora i Btp pagano un premio per il rischio più alto di quanto non si verificasse il 3 gennaio del 2013, quando lo spread Btp/Bund era a 275. Allora la Repubblica collocava i titoli decennali con un rendimento lordo del 4,48 per cento che, detratta l’inflazione 2012, dava un costo reale dei Btp dell’1,18. Oggi, invece, lo yield del decennale è sì sceso di meno di mezzo punto al 3,90 ma, con il caro vita allo 0,7, ha fatto schizzare al 3,20 per cento il costo reale del finanziamento del debito italiano. La deflazione significa una doppia notizia negativa per la finanza pubblica italiana: 1) il rendimento nominale pagato sui titoli è sceso molto meno dell’inflazione e quindi il premio reale preteso dai mercati per detenere Btp aumentato quasi del 280 per cento in soli 12 mesi; 2) la possibilità di “inflazionare” lo stock di debito pubblico si è ridotta al lumicino, il che costringe l’Italia a rimborsare quasi nominalmente alla pari il capitale preso in prestito.
Due fatti che, aggiunti all’anemia della ripresa, pongono l’Italia in una posizione di oggettiva difficoltà rispetto agli investitori internazionali che sanno che non ci sono più margini per aumentare la pressione fiscale per far fronte al maggior costo del servizio del debito pubblico in un’economia che ha perso oltre 9 punti di pil nell’ultimo lustro. Invece di decantare i tesoretti immaginifici per effettuare investimenti pro crescita prodotti dal calo dello spread, sarebbe più utile che il governo spiegasse come intende arginare la spirale deflazionistica che, con un mercato del lavoro che continua a indebolirsi, rischia di farsi davvero critica nei prossimi trimestri.
di Edoardo Narduzzi